Accanto alle attività artigiane cominciarono a fiorire le “botteghe”.
Già ai primi del ‘900 c’era quello che adesso chiamiamo bar gestito dalla zia dell’ ”Assuntina” che poi ereditò l’attività, e che la portò avanti fino alla fine degli anni ’60. Molte bambine passavano ore ed ore insieme all’Assunta che insegnava loro a scrivere e leggere e quando Giulio (suo marito) preparava il gelato, restavano incantate a guardarlo, lui un omone grande, con un grosso grembiule marrone che girava con una pala di legno sulla macchina che faceva diventare la crema, gelato.
Poi l’attività fu ceduta prima a Benito e Antonietta, poi alla Vittoria e Silvero. Fu un susseguirsi di gestioni fino al 2016, quando l’attività chiuse.
Riapre nel 2018 come bar e pub proprio nei vecchi locali.
Per i torgianesi resterà, comunque, “Il Caffè”.
C’era anche un altro spazio ricreativo, per i più abbienti, “il Circolo” negli ambienti al primo piano del palazzo della Coperativa chiuso negli anni alla fine degli anni ’50.
Per gli alimentari, erano molte le cose che si trovavano in casa specialmente per le carni: molti allevavano in casa polli, conigli, e qualcuno anche i maiali che oltre alla carne fornivano il lardo, sul quale si creava un motivo d’orgoglio quando avveniva la macellazione. Esistevano però già prima della seconda guerra mondiale due macellerie, Giovannino e Quirino.
Giovannino aveva la sua bottega all’ingresso est del paese proprio all’altezza dei giardini pubblici e lavorava con la moglie “Mariettina”. Esponeva la sua carne sopra il banco in ceramica all’aria aperta e questo fino alla fine degli anni ’60. La Mariettina era famosa anche come cuoca e offriva alle sue clienti, notoriamente le “signore” del paese, ricette e segreti, ma già ai suoi tempi, offriva alcune poche pietanze pronte. Famosissimo il “sangue della porchetta” con il suo aroma dolciastro e la crosticina fumante che faceva cuocere nei tegami di coccio per esaltarne i sapori.
C’erano due forni per la panificazione, ma pochi erano quelli che compravano il pane. La maggior parte andavano al forno a cuocere il pane che si preparava a casa. I due fornai, Ruggero e Guerriero, erano organizzati in modo tale che ogni cliente aveva il giorno a lui dedicato per la cottura. Ben presto Guerriero chiuse la sua attività, mentre Ruggero la cedette al figlio Mario chiamato “il Picchio”, che ha continuato la sua attività fino agli anni 80, quando il forno è stato ceduto all’attuale gestore Gianni con il figlio Marco. Dal Picchio si ritrovavano gli amanti del pallone per discutere e progettare e lui finito il suo lavoro, metteva i pallone nelle ceste del pane, caricava palloni e bambini sul suo furgoncino e li portava a giocare. Era per loro mister preparatore atletico e custode del campo sportivo.
Per il resto c’erano le botteghe di Federico accanto a quella di suo padre macellaio. Speciale il suo parmigiano e il suo baccalà (il venerdì lo metteva a bagno , insieme ai ceci, in una conca) ed esponeva sopra un tavolino sotto il portico. Dalla parte opposta del paese, ad ovest, c’era la bottega della Vera, poi del “sor Giovanni” con la mortadella più buona del paese (alla sua chiusura passata al Conad di Teresa Burini). Il “sor Giovanni” gentilissimo e generoso, dall’eloquio forbito e pressante, aveva una storia singolare. Era proprietario di oliveti e agrumeti in Libia e ad una prima nazionalizzazione, fiutando l’aria ostile, se ne era tornato in Patria insieme alla sua famiglia. Due dei suoi quattro figli infatti, sono nati in Libia.
Nella strada di mezzo c’erano tre botteghe. La bottega di “Gistino” cioè Egisto Turchetti ancora aperta e ora gestita dagli eredi di Quirino Orcidi proprietario della vicina macelleria.
A seguire L’Imolina che nella sua bottega vendeva un poco di tutto, vero piccolo bazar, con la pasta sfusa, custodita nelle armadiature con cassetti provvisti di vetro per riconoscere il tipo di pasta e che friggeva anche il baccalà ed altri cibi, che gli abitanti della campagna, quando si recavano in paese, apprezzavano molto.
Poi la Cooperativa di consumo gestita dalla Lina e Luigino (che faceva anche il falegname con bottega dove ora c’è la frutteria della Nadia Nobilini), nei locali dove si è ampliata ora la sede della filiale del Monte dei Paschi di Siena, già aperta prima della seconda guerra mondiale.
Molti (se non tutti) pagavano gli acquisti una volta al mese, sia dal fornaio che dall’alimentari, annotando gli importi su un apposito “libretto” nero e ognuno aveva la sua bottega di riferimento.
Poi nei pressi della chiesa c’erano la “Tibissa” la “Giorgia” e la “Tranquillina” con le loro bancarelle trasformate poi in negozi lungo la via del mezzo, dove vendevano frutta verdura, semi salati e noccioline.
Altra istituzione era lo spaccio “sale e tabacchi” del sor Vittorio Stocchi e la moglie Memma, di fronte alla chiesa con annesso distributore della benzina. Abbandonata la pompa della benzina, lo spaccio fu gestito poi dal figlio Federico, famoso per il merlo che accoglieva tutti gli amici clienti con il suo saluto. Il sor Vittorio, nel locale ove adesso c’è L’Oro degli Etruschi, teneva anche un Banco (in senso medioevale) dove scontava cambiali, faceva prestiti ecc, una piccola banca.. Insomma, prima che Adolfo Crispolti portasse il Monte dei Paschi di Siena a Torgiano
Per i vestiti, prima che l’Anna de Tibissino e la Maria de Spitino, aprissero i loro negozi, c’erano i negozi di tessuti dell’Ada e della Bianca Stocchi, e poi quello del figlio di quest’ultima Lucianino con la moglie Bruna, dove insieme alle stoffe si trovavano anche articoli da corredo.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, con il boom economico, cominciarono a fiorire numerose attività, molte delle quali estensioni di attività ambulanti.
Ricordo il negozio di casalinghi della “Fofona “, con il suo pavimento cigolante fatto di assi di legno e la presenza del gatto della proprietaria, grosso e grasso e dormiglione che infettava l’aria con la sua presenza, il bazar dell’”Assuntina”, quella del “ caffè” dove si trovavano articoli da caccia e pesca, ma anche articoli di profumeria e cartoleria. I primi giornali venduti a Torgiano lo furono in casa dell’Aduina Scarponi. Poi sua figlia Paolina apri un edicola nei locali del Comune, la bottega della “Tonina”, dove prima trovavi le terrecotte del marito Fiorino, poi alla sua morte, casalinghi e abbigliamento.
In poche parole, molti negozianti allargavano le “licenze” (tabella I, II ecc.) e dalla Maria de Spitino a Natale, trovavi i giocattoli per fare i regali ai bambini, ma solo a Natale, perché il resto dell’anno non si compravano i giocattoli, i fiori li trovavi, ma solo il sabato e la domenica per portare al cimitero, incartati con un foglio di giornale e per la festa della Madonna l’8 dicembre perché ogni bambino portasse la sua rosa alla statua dell’Immacolata, sempre dalla Maria o dalla Tibissina.
Poi c’erano gli artigiani convertiti in commercianti: Torquato che vendeva e riparava le biciclette, e noi bambini di allora facevamo la fila per gonfiare le ruote, Gisberto, “l’orloggiaio”, che vendeva e riparava orologi e che poi arricchì la sua offerta con articoli preziosi in oro e argento. Sembra quasi di vederlo al suo banco, curvo sopra gli ingranaggi di qualsiasi tipo di orologio, col suo monocolo, diventato quasi una parte di se. Era un grande artista, capace di ricreare anche pezzi mancanti di qualche meccanismo con le sue mani ed un appassionato cercatore di funghi
Per il divertimento c’erano, fino al primo dopoguerra i locali della cooperativa al primo piano dell’edificio che ospita ancora la filiale della banca Monte dei Paschi di Siena, dove i più giovani si riunivano per ballare. Un’altra sala da ballo era la cosiddetta Repubblica in via del Pozzo.
Poi negli anni ’60 Beccofino aprì, nell’area chiamata “Piattaforma” proprio all’ingresso ovest del paese dove sorgeva anticamente la chiese di San Biagio nel posto ove sta la futura caserma dei carabinieri, un locale da ballo che attirava anche molti ragazzi da fuori paese.
C’era anche un cinema gestito da Attilio Bartolini in via Pasquale Tiradossi.
In seguito nei locali del teatrino parrocchiale il gruppo dei ragazzi aderenti al “Canovaccio” ripresero l’attività di sala cinematografica e teatro fino agli inizi degli anni ottanta.
Hotel e ristoranti non c’erano. Il primo hotel aprì verso la metà degli anni ’70 su intuizione del dott. Giorgio Lungarotti fondatore, insieme a sua moglie Maria Grazia Marchetti, dell’enologia umbra e del turismo enogastronomico su uno spazio che comprendeva e comprende anche una delle vecchie fornaci del paese.
Accanto a questo Ulderico Antonini aprì un altro hotel nel 1978 sull’edificio che prima ospitava i locali di fabbricazione della “gassosa”, del magazzino di acque minerali e bevande e la sua abitazione, con annesso ristorante dove la moglie Anna curava da sola tutte le cose, dalla spesa al ricevimento degli ospiti.
Poi nel gennaio 1988 Antonello Rossi, in società con Eugenio “Giannino”Sigismondi, lo prese in gestione con il nome di Hotel Ristorante Siro. Sciolta la società ora gestisce la struttura Antonello, con l’entusiasta moglie Silvana Mincigrucci. Hanno ampliato le attività con la Siro catering & banqueting e con l’apertura di un altro piccolo e confortevole hotel proprio nel cuore del paese “Al Grappolo d’Oro”.
